#StradeMaestre: "La parola padre" a Koreja

Un tempo indeducibile si lascia frantumare, alla stregua di una diga di boccioni d'acqua, una diga di plastica che si lascia infrangere e attraversare da sei storie raccontate da quelle ragazze dell'Europa, figlie di padri e patrie, figlie di assenze, di turni di lavoro massacranti, di ideologie fallite, di retorica a posteriori, di mitologie private e fotografie che cristallizzano l'impermanenza. La peculiare, umanissima, storia di chiunque sia venuto al mondo almeno una volta, la ricerca del significato profondo della parola padre. Una parola declinata in molte lingue, vezzeggiativi dedotti dalle assonanze, intrecciata a geografie, aneddoti, piccole rivoluzioni formato famiglia. Perché Tolstoj aveva ragione: "Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo".

E c'è in ogni famiglia una minuscola infelicità vegliata, un non detto che aleggia nelle comunicazioni di ogni giorno, nelle telefonate che non abbiamo fatto, nella lettera che continuiamo a scrivere mentre attraversiamo non luoghi contemporanei, prendendo aerei, trascinando valigie, cercando di non fare affidamento su una vita di riserva che non esiste mentre ci muoviamo in un percorso a tratti sinistro come il il livello di un videogame.

"La parola Padre", drammaturgia e regia di Gabriele Vacis, prodotto da Koreja e tornato in scena ieri sera sul palcoscenico di Via Dorso, nell'ambito della rassegna Strade Maestre 2017, indaga questa impossibile somma dei conti in sospeso con la propria patria e con i propri padri: "Scusa papà... scusa... Volevo solo sapere quanto tempo mi rimane...Quanto tempo mi rimane da vivere... e come."

Come spiega il regista: "Con le sei ragazze ho fatto lunghe interviste che ho ripreso in video. Più che interviste sono sedute psicanalitiche. Ho chiesto loro di raccontarmi quando hanno avuto davvero paura, quando si sono sentite al sicuro. La paura è il sentimento dominante del nostro tempo. Perché possediamo tanto. Perlopiù cose. Quindi abbiamo paura che gli altri, che il resto del mondo, a cui abbiamo rubato il tanto che abbiamo, ci presenti il conto. Abbiamo paura che ce lo portino via.
Alle sei ragazze ho chiesto di raccontare storie, non ho chiesto opinioni.
Sono venute fuori testimonianze diverse: se una ha vissuto sei, sette anni sotto il comunismo, ha paure e desideri diversi da una che discende da Alessandro il Macedone.
Per queste ragazze è molto importante raccontare il padre. I loro padri...fino ad Alessandro il Macedone. E la parola padre ha la stessa radice semantica della parola patria."