Higher di Michele Rizzo ai Koreja

Ieri sera ai Cantieri teatrali Koreja in scena HIGHER, una performance di danza ideata da Michele Rizzo che riesce egregiamente ad avvicinare le forme di ritualità frenetiche e contemplative
sdoganate in ambito teatrale, che lui definisce “quella strana, elettrica, alienante ed entusiasmante, liberatoria, democratica agorà incubatrice di comuni solitudini e provvisorie comunità che è la forma “discoteca”». La coesistenza imperfetta e profondamente diversa con cui i tre ballerini affrontano la medesima partitura musicale, contrapponendosi con la loro fisicità all’attenzione dello spettatore, rapito da giochi di luce e meccanismi ripetitivi, ossessivi ed individuali che non evolvono mai in semplicistiche azioni di gruppo.

L’estetica del clubbing sul palco dei Koreja è un manifesto implicito e non dichiarato di performance accomunate da forme ripetute e codificate che ruotano in torno alla “cultura del dancefloor”, anche detta società di individui soli che in questo contestano riescono fluidamente a convivere.
Abbiamo intervistato Michele Rizzo che si racconta così:

Come nasce la passione per la danza e le arti visive? Che tipo di formazione hai?

Sono nato a Galatone, mi sono trasferito a Roma per completare i miei studi in architettura, da lì ho iniziato ad approcciarmi alla danza in maniera più mirata e successivamente poi ho abbandonato gli studi universitari per dedicarmi esclusivamente alla danza. Dopo 4 anni a Roma sono andato ad Amsterdam a studiare coreografia ed ho frequentato un master in arti visive. Questa è la mia formazione!

Come vivi questo primo spettacolo nel Salento, soprattutto con la presenza in platea dei tuoi familiari?
Sono molto curioso di vedere come loro si confronteranno a questa performance nuova e definirei innovativa. Mi chiedono tutti “Ma tu cosa fai esattamente” io rispondo che la mia è una danza contemporanea e questo spettacolo è ispirato più propriamente alla danza da discoteca, quindi al clubbing.

Che differenza c’è tra il clubbing e l’andare in club?

In realtà l’idea del clubbing è facilmente comprensibile a chiunque abbia frequentato una discoteca, l’elemento principale è il fatto di ballare e vivere un’esperienza racchiusa in noi stessi, quasi una forma di meditazione, di contemplazione di se stessi. Tutto ciò avviene in un contesto sociale in cui sei tu da solo ma in un gruppo, e queste due cose avvengono nello stesso momento, è forse questo l’elemento più interessante che cerco di perforare nel mio spettacolo.

Le musiche dello spettacolo che oggi proponi ai Cantieri teatrali Koreja sono di Lorenzo Senni, uno tra i più acclamati musicista di elettronica, affacciatosi alla ribalta internazionale in seguito al meritato clamore suscitato dalla pubblicazione dell’album Quantum Jelly (2012) per le Editions Mego. Come è stato lavorare con lui?

Lorenzo Senni è un produttore di musica elettronica che quest’anno ha firmato un contratto con la prestigiosa etichetta britannica Warp Records, che ne sancisce definitivamente la legacy tra i grandi dell’elettronica Made in UK ed internazionale. Lui si racconta da sé! Produce una musica tra la trance e la tecno che è molto minimale e astratta, e che ho ritenuto perfetta per il mio lavoro tra tra psichedelia e misticismo, e tra teatro e danza.

Come reagirà il pubblico salentino a questo spettacolo?
La domanda mi preoccupa un po’… nel senso che è una performance sull’onda del minimale ed ha a che fare con il clubbing quindi ad un aspetto ripetitivo/ossessivo del basso continuo, questo è tradotto nel movimento, nella luce nella musica, che come abbiamo detto ha una traccia trance. E’ sicuramente un pò impegnativo per chi non ha mai frequentato una discoteca con musica elettrotecno.