Libri: "Tu come tutto quello che tocchi" (Bompiani), il lato oscuro del Salento raccontato dalla scrittrice brindisina Clara Nubile.

Perché mai uno dovrebbe scrivere romanzi nella vita? Puoi vivere tranquillamente degli anni, senza scrivere nemmeno una parola, senza nemmeno leggere dei libri, dare ascolto a un mucchio di altre voci che passano attraverso il tuo deperibile io. Se non fosse che una vita non basta. E, allora, come fare? Chiedetelo a Clara Nubile, chiedetelo a questa scrittrice brindisina che da anni ha allentato la cordicella che la lega al Sud d’Italia e ha imparato a sentirsi strattonare - “quando torni?” - ogni volta che raggiunge l’altro capo del mondo, l’India, la sua seconda casa.
Scrivere è tornare.

Nelle pagine del suo terzo romanzo, “Tu, come tutto quello che tocchi”, edito da Bompiani, sono le voci dei peggiori a tornare, l’oralità dei morti ammazzati, dei sicari, delle donne di mafia, persino quella degli animali e delle cose, dei luoghi, quella del mare di Brindisi, quasi cemento sotto un cielo acido, saturo di fumi, tramonti chimici, vicende umane.

Immaginate una Spoon River che lascia parlare anche i fantasmi dei vivi attraverso tutta la versatilità, l’eclettismo, la potenza che Clara Nubile ha messo per iscritto fino a questo momento nei primi due romanzi, “Io ti attacco nel sangue” (Fazi Lain) e “Lupo” (Fazi) e soprattutto nella raccolta di racconti “Tabaccherie orientali” (PerroneLab) nel cui indice appare già un racconto che anticipa e slarga il carattere di questo nuovo libro uscito da poco nelle librerie italiane. “Quando stavo latitante”, questo è il titolo di un racconto perfetto in cui a raccontarsi è Vito Di Emidio detto Bullone, boss pentito della Sacra Corona Unita.

Nei capitoli corti in forma di confessioni, i protagonisti di “Tu, come tutto quello che tocchi” usano la penna più intima della Nubile come un vecchio registratore a cassetta, di quelli che una volta, se non stavi attento, finivano col mangiarsi i nastri delle compilation anni ’80 e ’90, le stesse che fanno da colonna sonora a queste 182 pagine sorprendenti e necessarie. Attraverso le voci dei protagonisti di questa storia, frammentata in destini deragliati, una costellazione che vibra alimentando una certa penombra più che una luce, la Nubile ci racconta l’epoca in cui a Brindisi si campava lavorando al Petrolchimico oppure facendo i contrabbandieri di sigarette.

Anni in cui la generazione perduta di due fuorilegge di provincia, incantati dall’innocenza fuori luogo di una giovane studentessa di liceo, trovano sintesi e conferma in una carrellata di intrighi, inseguimenti, macerie del reale sbattuto in prima pagina e commentato nei telegiornali locali. Dipende da che angolazione lo guardi un romanzo, puoi leggerci tante versioni diverse a seconda dell’entrata che scegli. Come la città che fa da sfondo ai fratelli Charlie e Minguccio (un tossicodipendente angelicato dalla Nubile e un contrabbandiere condannato a far da custodia ai fantasmi), questo romanzo è circondato dall’acqua, va preso dal mare, a bordo di uno scafo che trasporta roba e latitanti, su e giù dal Montenegro.

Se c’è un grillo parlante, la coscienza di tutti, è Maira la studentessa, lei, come tutto quello che tocca, riesce a sentire la purezza della peggio umanità, legge Burroughs al suo amore impossibile mentre due aghi affondano tra le parole involontariamente poetiche della scrittrice che sostiene, con tutte le sue forze, l’andamento di questo concerto in forma di romanzo: l’ago del giradischi che manda in play vecchie canzoni italiane e quello delle siringhe che mandano in circolo il veleno. Se fosse una canzone, sarebbe “Drive in Saturday”. Intorno a questo amore vissuto ai margini, dentro stanze di fortuna, nell’abitacolo di una macchina, ruotano le vicende di Dino il boss, detto Dio, sua moglie Anna e la sua amante in Montenegro, gli scagnozzi della Scu e la masseria di Martino, uno dei capi fondatori del sodalizio che si condensa nell’assunto di Dino, a pagina 97: “Non devi mai pisciare di faccia al muro. Quando pisci guarda il mondo negli occhi”.

I sociopatici rompono il silenzio e in questo romanzo stranamente intimo, personale e bellissimo, parlano, parlano tutti. Persino una pistola si mette a dire la sua, persino un cane chiamato Airòn, persino il guardrail contro cui il boss finisce la sua corsa prima di pentirsi con una faccia tutta da ricucire. La Nubile non ci risparmia l’estrema violenza delle vite di cui scrive, ma è necessario per non ridurre a giro turistico in un ambiente le cui regole sono spietate il viaggio che invece questo libro promette, fino alla fine ne è all’altezza come pochissime altre voci della letteratura italiana contemporanea.

La passione postmoderna per il crimine qui è raffreddata dal fuoco gelido dell’amore che si sottrae alla mitologia della cronaca nera e, per un brevissimo istante, si concede la grazia di essere peculiarmente umano. Come i suoi protagonisti, “Tu, come tutto quello che tocchi” è un romanzo dalla doppia personalità, un confessionale ambiguo che racconta, in modo asciutto, con grazia a tratti crudele, il potere eversivo dell’amore, dell’amicizia e, a piccole dosi - a lungo andare mortali - il démone della nostalgia.